(AGENPARL) - Roma, 17 feb - Dalla serata del 3 febbraio è poi iniziato un pesante bombardamento della città di Homs, che secondo fonti dell’opposzione avrebbe provocato circa 250 morti e la distruzione di 30 edifici, fatti oggetto di colpi di mortaio e di artiglieria. Anche in altre località della Siria, come in un sobborgo a sud della capitale e nella città nord-occidentale di Hama vi sono state vittime deilla repressione. Per converso, le ambasciate siriane in molti paesi arabi ed europei sono state assaltate da seguaci dell'opposizione, che ne hanno quasi ovunque danneggiato gli arredi e sostituito la bandiera con il tricolore siriano dell'indipendenza. Dopo il veto russo e cinese del 4 febbraio alla risoluzione in discussione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, il giorno successivo si è registrata una recrudescenza dei combattimenti tra soldati governativi e disertori, con quasi sessanta vittime, mentre la furia degli oppositori sirian all'estero ha preso di mira anche le ambasciate russe in Libano e in Libia. Il 6 febbraio, nonostante l'imminente arrivo a Damasco del Ministro degli esteri russo Lavrov, con l’obiettivo di indurre il regime a considerare la possibilità di una trattativa con gli oppositori, oltre cinquanta persone sono morte per bombardamenti a Homs e nei sobborghi di Damasco. Frattanto vi sono stati segnali di tensione nell'elemento militare delle opposizioni, ancora privo di una consolidata leadership. La repressione è proseguita senza soluzione di continuità il 7 febbraio con non meno di 25 vittime a Homs, a Daraa, alla periferia della capitale e presso il confine libanese. Il giorno successivo ha visto un nuovo picco del numero delle vittime, con un centinaio di morti tra Homs, Daraa e la regione a ovest della capitale: si sono diffuse anche le prime voci di bombardamenti contro ospedali, e uno di questi avrebbe provocato la morte di 18 neonati. L'escalation delle vittime è proseguita il 9 febbraio, sesto giorno consecutivo di bombardamenti su Homs, ove si sono avute la maggior parte delle oltre cento vittime della giornata. Il 10 febbraio anche l'ambasciata siriana a Roma è stata danneggiata da alcuni militanti del “Coordinamento siriani liberi” di Milano, successivamente arrestati, e il cui processo per direttissima è stato fissato al 15 marzo: la comunità siriana di Milano, per bocca dello scrittore Shady Hamadi, ha anticipato che se nel giudizio non si terrà conto delle motivazioni che hanno dettato l'azione all'ambasciata, centinaia di appartenenti alla comunità si presenteranno alla questura di Milano per essere anch’essi arrestati. Hamadi ha inoltre chiesto l'espulsione dell'ambasciatore siriano, accusandolo di aver schedato gli oppositori al regime di Assad che vivono in Italia. Nella stessa giornata del 10 febbraio un duplice attentato suicida ha colpito nella regione settentrionale Aleppo, il maggiore centro economico del paese, provocando la morte di 28 persone e il ferimento di oltre duecento. Finora non toccata dalla contestazione al regime di Assad, una settimana prima Aleppo aveva visto però le prime manifestazioni contro il governo, cui le opposizioni hanno attribuito la paternità degli attentati. Intanto, proseguendo il bombardamento di Homs e i combattimenti nei sobborghi di Damasco, si sono contate il 10 febbraio almeno altre cinquanta vittime. L'11 febbraio il regime siriano, dopo l'uccisione a Damasco di un generale medico, è tornato a denunciare l'azione del terrorismo, che sarebbe responsabile della tragica situazione del paese. Mentre pare evidente l'uso strumentale della teoria del complotto internazionale che il regime ha fatto sin dall'inizio della repressione – e alla quale non sembra credere nemmeno l’alleato russo -, non vanno sottovalutate le possibilità che effettivamente elementi del terrorismo internazionale si siano progressivamente infiltrati nel paese per sfruttarne l'instabilità: in tal senso si sono ad esempio espresse alcune fonti dell'intelligence statunitense, per le quali alla base di alcuni attentati perpetrati in Siria a partire dal dicembre 2011 vi sarebbero elementi di al Qaida provenienti dall'Iraq. Il 12 febbraio il capo di al Qaida al Zawahiri è sembrato in qualche modo dar ragione a questa ipotesi, intervenendo in video a sostegno della rivolta contro Assad, ma mettendo in guardia la popolazione nei confronti delle iniziative occidentali e di quelle della Lega araba. Il 16 febbraio a New York l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato, a stragrande maggioranza, una risoluzione non vincolante, sulla quale non era possibile porre veti, simile a quella bocciata in Consiglio di Sicurezza, che chiede la fine delle violenze ed una rapida transizione.
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