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Giovedì 21 Ottobre 2010 13:04

SALONE GUSTO TO: IL TESTO DEL DISCORSO DI GIANCARLO GALAN

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(AGENPARL) - Roma, 21 ott - “E’ molto importante per me essere al Salone del Gusto, ed esserci per la prima volta in qualità di Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali. Sono contento di trovarmi a Torino per la rassegna delle eccellenze agroalimentari italiane, dove potrò gustare “la faccia più bella” del nostro ineguagliabile Paese. E se ancora oggi l’ Italia può vantare tante e tali eccellenze lo deve anche a Slow Food, che rappresenta una vera e propria diga innalzata, con grandi sforzi e saggia lungimiranza, al fine di arginare lo straripamento della globalizzazione alimentare: un movimento, quello di Slow Food, così capace e coeso da essere stato in grado di confrontarsi alla pari con le potenti multinazionali del cibo; un movimento cresciuto dal basso, figlio di quella stessa terra che ci offre orgogliosa i propri frutti, quelli che oggi festeggiamo.

 

La forza di Slow Food nasce dalla passione di quei tanti, singoli produttori, che arricchiscono le nostre vite di sapori e di saperi, una passione da sommare a quella di tutti gli appassionati, di tutti i depositari della migliore cultura enogastronomica dell’Italia. Sono loro i “mattoni” con cui è costruita la diga, produttori illuminati dall’amore per la conoscenza e per una comunicazione veritiera, che una volta usciti dal buio di solito destinato agli ultimi sono diventati, grazie alle loro produzioni, le icone della qualità nazionale, da cui l’agroalimentare italiano non può prescindere, se intende affrontare e vincere la sfida che il futuro ci pone.

Infatti, i prodotti locali e le biodiversità esposte qui oggi sono le più ambite, le più richieste dai grandi centri di commercializzazione di peculiarità alimentari internazionali. La forza di Slow Food risiede nella grandezza delle piccole realtà territoriali, che sono state capaci di contrastare l’invasione coatta imposta da una certa - e di sicuro non affascinante - omologazione del gusto.

Come avrete notato, non ho mai usato la parola nicchia, non solo perché è il termine - mi dicono - più odiato da Carlin Petrini, ma perché, nel nostro caso, è un termine ambiguo. Altro che nicchie, qui si tratta piuttosto di importanti risorse che costituiscono la meraviglia dell’agricoltura italiana e che però, per vincere, deve ancorarsi strettamente all’agricoltura europea e con essa confrontarsi a testa alta, in modo da essere riconosciuta per ciò che è realmente, quindi non un rifugio per passatismi sentimentali in campo agroalimentare.

Bisogna avere la lungimiranza di capire che l’unione degli intenti e degli obiettivi è fattore indispensabile, se si vuole competere in ambito agricolo europeo; è il punto di forza su cui far leva per raggiungere i necessari traguardi, per risolvere i problemi più endemici del settore stesso. Ma, tra i tanti meriti guadagnati letteralmente sul campo da Slow Food, ce n’è uno che desidero sottolineare qui, a Torino, città diventata nel corso degli anni la capitale di Terra Madre. Mi riferisco alla nobilissima e democratica battaglia che Slow Food ha fatto per difendere i diritti degli immigranti impiegati in agricoltura e, accanto a questi, i diritti sottintesi dall’uguaglianza tra i generi.

Ora permettetemi di approfittare di questa speciale occasione per rispondere ai molti o ai pochi che si sono chiesti come mai da quando ho assunto la carica di Ministro delle Politiche agricole non ho partecipato personalmente alle inaugurazioni di questa o quella fiera, né ho presenziato a festival, a sagre, a cene proposte da Comuni, Enti, Federazioni o Consorzi. Per la verità, c’è una qualche esagerazione in quanto sto dicendo, perché, tra Nord, Centro e Sud, il Ministro Galan è stato visto ormai in più di un evento.

Questa mia scelta nasce dal fatto che al presenzialismo e al populismo ho preferito rispondere investendo il mio tempo nello studiare e nel capire davvero i reali problemi dell’ agricoltura italiana.

Dunque, prima conoscere per poi cercare di governare, individuando i più efficaci strumenti per la soluzione dei molti, dei troppi problemi lasciati irrisolti.

Ed è per questo motivo che sono stato più e più volte in Europa, a Bruxelles, a Strasburgo, in Spagna, frequentando le aule e le commissioni dell’Unione Europea, con i Presidenti di turno, con i Commissari e gli incaricati della politica agricola comunitaria. E’ lì che sto affrontando e valutando uno ad uno i dubbi e gli ostacoli che troviamo o portiamo noi stessi sui tavoli europei. E con i dubbi e gli ostacoli ciò che dobbiamo superare è quella certa mancanza di autorevolezza fino ad ora patita dal nostro Paese in campo europeo.

Lì ho parlato di nuova Pac, di etichettatura d’origine obbligatoria, di nuovi regolamenti ittici, di quote latte e di molto altro. In breve, è nelle diverse istanze europee, a iniziare da quella presieduta dal Commissario Dacian Ciolos, che ho illustrato e spiegato i nostri problemi, così da farli conoscere, comprendere, nella speranza che siano presto condivisi anche dagli altri partner europei.

Cercherò di essere concreto, riassumendo alcuni punti salienti tra tutti quelli che quotidianamente mi ritrovo ad affrontare - ereditati o nuovi che siano - comunque sempre alla ricerca di soluzioni plausibili, efficaci, soprattutto autorevoli.

Accennerò ovviamente solo ad alcune questioni, quelle che al momento ritengo fondamentali.

1. So che molti si stanno chiedendo cosa stia facendo il Ministero in vista dell’importantissimo appuntamento del 2013, quello relativo alla nuova Politica Agricola Comunitaria. Fatti salvi alcuni principi che rappresentano le linee direttrici lungo le quali si sviluppa la migliore politica portata avanti dall’Unione Europea e che sono l’informazione, la semplificazione e la coerenza - dove per coerenza s’intende ciò che deve esserci per non rendere disorganici fra loro i diversi strumenti di una politica di qualità -, io ritengo che è giunto il momento di rivedere gli obiettivi tradizionali della Pac. E questo alla luce delle rinnovate esigenze dei produttori, dei consumatori, delle imprese agricole, in generale dei cittadini europei. La discussione sulla nuova Pac è già iniziata e il mio Ministero ha presentato nei giorni scorsi materiali e documenti utili a sviluppare il dibattito che dovrà portare il nostro Paese ad assumere un punto di vista condiviso, così da essere forte e autorevole presso Parlamento e Commissione europea. Comunque, è una maggiore semplificazione della Pac ciò che conta, tale da rendere l’agricoltura europea più competitiva, in grado di creare occupazione, di aiutare a sviluppare un’agricoltura sostenibile sotto il profilo sociale e ambientale. E’ evidente che il primo compito che abbiamo davanti è di chiedere per l’agricoltura investimenti adeguati, e questo a partire da quelli che ci verranno proprio dalla futura Politica Agricola Comunitaria.

2. Alcuni sostengono che il ddl etichettatura sia una conquista senza alcun valore, perché inapplicabile nel nostro Paese in quanto non regolamentato dal punto di vista comunitario. Anche se non credo che le “cassandre” abbiano ragione, è vero che il ddl sulle etichette, senza l’indispensabile supporto dell’Unione Europea, rimarrebbe scarsamente efficace. Ma, intanto, ritengo indispensabile la definitiva approvazione di una legge sull’etichetta trasparente, perché altrimenti non saremmo credibili in Europa, e non troveremmo ascolto presso l’amico Commissario Ciolos.

3. Dopo tanto parlare di quote latte, dopo tante polemiche su di una vicenda che sicuramente ha tolto autorevolezza al nostro Paese, dico soltanto quanto segue: nel più assoluto rispetto delle regole, stiamo lavorando per cercare di superare, con il minor danno possibile per l’insieme dei produttori di latte, un problema per davvero difficile, una eredità che appesantisce il lavoro del ministero e che mortifica la stragrande maggioranza di chi opera, nel rispetto della legge e delle norme, al servizio dell’agricoltura italiana.

4. Poche parole, infine, a proposito della pesca. Qualche mese fa è stato attivato anche in Italia il nuovo Regolamento della Pesca in Mediterraneo, promulgato a livello europeo e che ha di fatto messo in difficoltà uno dei nostri tradizionali modi di pescare, lo stesso che rende particolarmente straordinarie alcune nostre gustosissime abitudini alimentari. Nel decidere di applicare senza se e senza ma il nuovo Regolamento, ci si è mossi per garantire in ogni caso sostenibilità e sopravvivenza alla pesca e questo con l’imporre la salvaguardia delle piccole specie marine. Ripeto: applicazione del Regolamento senza però penalizzare gli operatori del settore e, con loro, quella tradizione gastronomica costiera alla quale sono legate molte tra le fortune turistiche e pertanto economiche dell’Italia.

Qualche giorno fa - non parlando di Ogm - ho detto che, essendo uomo delle Istituzioni, rispetto quanto deliberato dal Parlamento e dalla Conferenza Stato-Regioni, pur restando convinto delle mie buone ragioni. E quali sono queste buone ragioni? Quelle, per esempio, che mi portano a pensare che i prodotti “originali”, quelli che chiamiamo prodotti “tradizionali”, “autoctoni”, cioè ritenuti storici rispetto ad un determinato territorio, in realtà non esistono, nel senso che il “meticciato” in natura è cosa antichissima, così come è antichissimo il coltivare prodotti giunti fino a noi da terre lontane, in epoche lontane.

Sono certo che Slow Food dia per scontate queste mie considerazioni, anche perché diversamente non si capirebbero la sostanza della politica culturale interpretata da Slow Food, nonché la nobilissima impresa rappresentata da Terra Madre. E a proposito di Terra Madre, vale la pena citare un pensiero di Norman Borlaug (si pronuncia “Borlog”), agronomo e ambientalista statunitense, premio Nobel per la Pace nel 1970, tra i padri della “rivoluzione verde”. Cito Borlaug: “Spesso chiedo ai critici della moderna tecnologia agricola: come sarebbe stato il mondo senza i progressi tecnologici che sono avvenuti? … Se la resa mondiale media di cereali del 1961 prevalesse tuttora, circa 850 milioni di ettari aggiuntivi di terra della stessa qualità sarebbero stati necessari per eguagliare il raccolto di cereali del 1999. E’ ovvio che un simile surplus di terra non era disponibile, e certamente non nella popolosa Asia. Inoltre, anche se fosse stata disponibile, pensate all’erosione del suolo e alla perdita di foreste, prati e animali selvatici che ne sarebbe derivata se avessimo tentato di produrre questi maggiori raccolti con i vecchi metodi a basso apporto tecnologico”.

Da liberale quale cerco di essere, soprattutto nel portare avanti la responsabilità di Ministro dell’agricoltura, ritengo che ogni posizione, sia culturale che politica, se correttamente sostenuta, perfino da un punto di vista conservatore se non reazionario, può contenere una parte significativa di verità, in grado a volte di mettere in luce quanto non va in talune posizioni ritenute progressiste. Ecco perché credo nella dialettica, nel confronto sereno e liberale tra le diverse posizioni che spesso contrappongono tra loro quelli che si occupano di agricoltura, alimentazione e cibo.

Credo insomma nella più completa trasparenza delle diverse posizioni, perché questo è il fondamento e la giustificazione di ogni buona politica, in quella buona politica che è la sola, unica, vera risorsa a disposizione dell‘agricoltura, dell‘Italia e dell‘intero pianeta”.


 

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