(AGENPARL) - Roma, 05 set - "Con gli emendamenti approvati, l'art. 8 definisce in maniera più chiara i requisiti che deve avere il contratto collettivo aziendale per poter derogare addirittura alla legge vigente. Poi esclude la possibilità di deroga su alcune materie, tra le quali quelle coperte da garanzie costituzionali - così esordisce Pietro Ichino, senatore del Pd e docente di diritto del lavoro, in un'intervista di oggi su Il Messaggero - C'è stato dunque un miglioramento rispetto alla formulazione originaria".
"Ma il contenuto dell'accordo interconfederale del 28 giugno viene totalmente ignorato da questa nuova norma legislativa - spiega Ichino - Sia la Banca d'Italia sia la Banca Centrale Europea ci chiedono tre cose: una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro regolari stabili, una maggiore protezione dei lavoratori nel mercato ed il superamento del regime di apartheid oggi vigente in italia fra iper-protetti e poco o per nulla protetti. La nuova norma non porta nessuna di queste tre cose".
"Le deroghe contrattate in azienda potranno riguardare anche la materia dei licenziamenti ma la riforma di una materia così delicata non può essere delegata alla contrattazione aziendale. Questa norma farà aumentare il contenzioso giudiziale ma non porterà la flessibilità di cui il nostro tessuto produttivo ha bisogno - continua il senatore del Pd - Occorre sostituire la vecchia protezione costituita dall'ingessatura del rapporto di lavoro con una protezione più moderna ed efficace costituita dalla garanzia di sicurezza economica e professioanle nel passaggio dall'azienda che licenzia a quella che assume. E occorre che un legislatore se ne assuma la responsabilità. Sulla materia calda della disciplina dei licenziamenti c'erano alcune nostre proposte molto serie su cui si sarebbe potuto lavorare se Sacconi non avesse opposto una chiusura ermetica".



















