(AGENPARL) - Roma, 15 dic - Tra poche settimane la Primavera Araba compirà un anno, con risultati e situazioni differenti a seconda dei vari Paesi nella sponda sud del Mediterraneo. Ne abbiamo parlato con Daniel Korski, studioso dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), del quale cura il programma Medio Oriente e Nord Africa.
Partiamo da Algeria e Marocco. Perchè la Primavera Araba non ha colpito, in questi due Paesi?
Ci sono diversi motivi per cui la Primavera Araba - se con questo termine intendiamo la rivoluzione e il cambio di regime - non ha avuto luogo in Algeria e in Marocco. In Algeria a causa della memoria della guerra civile, della relativa apertura del sistema, della ricchezza di idrocarburi che permette al regime di comprarsi la popolazione e soddisfarla. Il Marocco ha altre ragioni: è un Paese povero, che non ha avuto il tipo di conflitto che c’è stato in Algeria, ma ha altre cose, c’è molto rispetto per il Re, una genuina credenza che rappresenta una sorta di connessione celestiale con Allah e penso che questo abbia giocato i suoi vantaggi nel permettergli di avere una legittimità. Allo stesso tempo si è mosso verso le riforme molto più velocemente di altri Paesi e di quanto ci si aspettasse. In un certo senso ciò che abbiamo è una interessante differenza tra Paesi che non hanno avuto una rivoluzione: uno si sta riformando abbastanza velocemente e l’altro no. D’accordo, queste riforme ancora mancano di democrazia, in Marocco, ma è comunque un processo rapido di riforma e come risultato potremmo avere un esempio interessante: cioè il Marocco come modello di cambiamento senza arrivare alla violenza.
All’opposto abbiamo i casi di Egitto e Tunisia. Qui la Primavera Araba c’è stata e si è sentita.
Penso sia giusto dire che solo la Tunisia abbia avuto una trasformazione di successo. Le elezioni lì sono andate molto meglio di quanto chiunque si aspettasse, c’è stato un consenso reale attorno alle riforme richieste, c’è un livello reale di maturità tra il movimento islamico che è giunto al potere. Niente di ciò esiste ancora in Egitto, dove c’è molto conflitto tra i militari rimasti al potere, i manifestanti, i partici islamici, etc. C’è quindi molto disaccordo circa il futuro corso degli eventi e preoccupazione per quello che accadrà dopo, che non è abbastanza chiaro.
Libia e Siria. Quanto sono simili e quanto diverse le loro situazioni?
Sono simili nel fatto che in entrambe la protesta ha portato ad una rivoluzione con un conflitto violento, ma sono molto dissimili nella composizione etnica. La Siria ha un complesso Stato multietnico, quello della Libia è molto più semplice. La Libia è benestante, la Siria no. La Libia è piccola - sei milioni di abitanti - mentre la Siria è più grande e poi, crucialmente, sono in parti differenti del mondo. La Siria è al cuore del conflitto mediorientale e costituisce una linea strategica con l’Iran, così ovviamente ha relazioni difficili con Israele.
Vedi all’orizzonte un possibile intervento della comunità internazionale in Siria?
E’ molto improbabile che ce ne sia uno. La differenza con l’esempio della Libia è che, lì, i rivoluzionari hanno preso piede molto velocemente e in un certo sento ciò ha rappresentato una sconfitta dell’autorità del Paese. Non è questo il caso della Siria, dove ci sono ufficialmente molte comunità che non hanno ancora iniziato a protestare. Ci sono anche differenze ‘operative’ che renderebbero un intervento in Siria molto più difficile.
Iran: negli scorsi anni il movimento chiamato “Onda verde” sembrava anticipare quello che è successo oggi in altri Paesi con la Primavera araba. Ma quest’anno in Iran non si è visto niente.
Il regime iraniano si è comportato in maniera molto aggressiva, ma anche con successo, contro le proteste e per deviare l’attenzione. Tuttavia non penso che tutto questo scomparirà. La pressione per il cambiamento rimane e il regime iraniano resta molto insicuro riguardo la sua posizione. Non escluderei qualche tipo di cambiamento, quindi, anche se dovessero volerci un paio d’anni.
C’è un tema comune in queste esperienze oppure prevale la variazione locale?
Ci sono variazioni ma anche cose in comune. Tutti quanti sono insorti contro un sentimento di mancanza di dignità, di ineguaglianza, contro la percezione di troppa corruzione. Ma l’estensione di questa loro percezione era diversa, ad esempio, tra Egitto e Libia. In Libia c’era una reale frustrazione per la mancanza di qualunque tipo di istituzione, mentre in Egitto non c’era così tanta frustrazione per questo ma piuttosto per come le istituzioni si comportavano. C’è stato un tema comune, espresso in molti modi locali.
Ci sono diversi motivi per cui la Primavera Araba - se con questo termine intendiamo la rivoluzione e il cambio di regime - non ha avuto luogo in Algeria e in Marocco. In Algeria a causa della memoria della guerra civile, della relativa apertura del sistema, della ricchezza di idrocarburi che permette al regime di comprarsi la popolazione e soddisfarla. Il Marocco ha altre ragioni: è un Paese povero, che non ha avuto il tipo di conflitto che c’è stato in Algeria, ma ha altre cose, c’è molto rispetto per il Re, una genuina credenza che rappresenta una sorta di connessione celestiale con Allah e penso che questo abbia giocato i suoi vantaggi nel permettergli di avere una legittimità. Allo stesso tempo si è mosso verso le riforme molto più velocemente di altri Paesi e di quanto ci si aspettasse. In un certo senso ciò che abbiamo è una interessante differenza tra Paesi che non hanno avuto una rivoluzione: uno si sta riformando abbastanza velocemente e l’altro no. D’accordo, queste riforme ancora mancano di democrazia, in Marocco, ma è comunque un processo rapido di riforma e come risultato potremmo avere un esempio interessante: cioè il Marocco come modello di cambiamento senza arrivare alla violenza.
All’opposto abbiamo i casi di Egitto e Tunisia. Qui la Primavera Araba c’è stata e si è sentita.
Penso sia giusto dire che solo la Tunisia abbia avuto una trasformazione di successo. Le elezioni lì sono andate molto meglio di quanto chiunque si aspettasse, c’è stato un consenso reale attorno alle riforme richieste, c’è un livello reale di maturità tra il movimento islamico che è giunto al potere. Niente di ciò esiste ancora in Egitto, dove c’è molto conflitto tra i militari rimasti al potere, i manifestanti, i partici islamici, etc. C’è quindi molto disaccordo circa il futuro corso degli eventi e preoccupazione per quello che accadrà dopo, che non è abbastanza chiaro.
Libia e Siria. Quanto sono simili e quanto diverse le loro situazioni?
Sono simili nel fatto che in entrambe la protesta ha portato ad una rivoluzione con un conflitto violento, ma sono molto dissimili nella composizione etnica. La Siria ha un complesso Stato multietnico, quello della Libia è molto più semplice. La Libia è benestante, la Siria no. La Libia è piccola - sei milioni di abitanti - mentre la Siria è più grande e poi, crucialmente, sono in parti differenti del mondo. La Siria è al cuore del conflitto mediorientale e costituisce una linea strategica con l’Iran, così ovviamente ha relazioni difficili con Israele.
Vedi all’orizzonte un possibile intervento della comunità internazionale in Siria?
E’ molto improbabile che ce ne sia uno. La differenza con l’esempio della Libia è che, lì, i rivoluzionari hanno preso piede molto velocemente e in un certo sento ciò ha rappresentato una sconfitta dell’autorità del Paese. Non è questo il caso della Siria, dove ci sono ufficialmente molte comunità che non hanno ancora iniziato a protestare. Ci sono anche differenze ‘operative’ che renderebbero un intervento in Siria molto più difficile.
Iran: negli scorsi anni il movimento chiamato “Onda verde” sembrava anticipare quello che è successo oggi in altri Paesi con la Primavera araba. Ma quest’anno in Iran non si è visto niente.
Il regime iraniano si è comportato in maniera molto aggressiva, ma anche con successo, contro le proteste e per deviare l’attenzione. Tuttavia non penso che tutto questo scomparirà. La pressione per il cambiamento rimane e il regime iraniano resta molto insicuro riguardo la sua posizione. Non escluderei qualche tipo di cambiamento, quindi, anche se dovessero volerci un paio d’anni.
C’è un tema comune in queste esperienze oppure prevale la variazione locale?
Ci sono variazioni ma anche cose in comune. Tutti quanti sono insorti contro un sentimento di mancanza di dignità, di ineguaglianza, contro la percezione di troppa corruzione. Ma l’estensione di questa loro percezione era diversa, ad esempio, tra Egitto e Libia. In Libia c’era una reale frustrazione per la mancanza di qualunque tipo di istituzione, mentre in Egitto non c’era così tanta frustrazione per questo ma piuttosto per come le istituzioni si comportavano. C’è stato un tema comune, espresso in molti modi locali.



















